Abans de marxar a Brighton vaig a anar a fer un tomb per La Central i em vaig comprar un llibre en italià (molt coherent per la meva part, tenint en compte que m’anava a Anglaterra): La salvezza senza fede, de Salvatore Natoli. Un cop comprat el vaig deixar estar a casa i fa poc el vaig començar a llegir. Només porto llegides 58 pàgines i ja em sembla boníssim, cosa que ja té mèrit tenint en compte que no tenia ni idea de qui era l’autor i que l’italià el tinc una mica oblidat. Vaig lenta perquè el contingut és dens i perquè cada cop que llegeixo en italià em vénen unes ganes increïbles no sé si de viatjar a Itàlia o directament d’anar a viure a Itàlia, i llavors em quedo badant amb el llibre a la mà, imaginant-me a qualsevol indret del paese prenent vi negre i visitant ruïnes, masies i obres d’art. Deia, però, que el llibre m’està agradant força perquè dóna respostes a algunes preguntes contemporànies, perquè explica molt bé el nostre neopaganisme posant-lo en relació amb el paganisme dels grecs clàssics (“Ai greci non si torna, da essi si riparte”). Quan l’acabi ja faré el resum pertinent, per si algun altre neopagà hi està interessat (llàstima que la generositat no es pagui amb diners, tu). De moment, penjo algunes frases que no tradueixo perquè s’entenen bastant bé i perquè, bàsicament, no tinc temps:
“Ora, nella fine della cristinanità, mentre el cristianesimo si reformula per gli uomini come problema, il paganesimo riaffiora di nuovo come un possibile modello: una vita lunga, non una vita eterna. In una parola, una vita buona. Un’etica del finito nell’età della tecnica”.
“[L’uomo moderno] È diventato più solo perché è più interiore. Si definisce meno come relazione di contiguità fra corpi esterni e si definisce di più come comprensione di sé. In questo senso è più solo; ma è anche più grande, perché il mondo di fuori è diventato il mondo di dentro. Non è necessario citare Proust per capire questo”.
“La verità coincide con la perdita del fondamento e quindi con la possibilità assoluta delle equivalenze, a seconda delle opportunità. Veramente a questo punto l’uomo è come Dio, è libero da ogni vincolo”.
“La teologia cristiana ha giocato entro questi due registri: chi guardava alla creazione tendeva a valorizzare il cosiddetto uomo naturale, chi invece guardava alla potenza dissolutrice del peccato era più attento all’elemento di miseria, di impotenza, di incapacità di essere buoni senza un intervento di Dio”.
“(...) la dimensione pagana è una dimensione che si muove lungo due determinazioni, che sono ognuna l’altra faccia dell’altra: da un lato una dimensione agonistica, dove vivere vuol dire stare nella lotta, vivere vuol dire combattere; e dall’altro lato il trovare in questo elemento di lotta una dimensione di mantenimento, di misura, di forma, di sagezza”.
“La perfezione della forma è composizione di potenza e stile, di potenza e misura. Ma questo il greco lo sa perché vede dinanzi a sé –e ne ha chiara conscienza– la dimensione eversiva dell’esposizione alla contingenza in cui l’uomo è posto, dell’orrore. Proprio perché ha un senso profondo dell’orrore e della crudeltà, e non vuole essere fagocitato, assorbito, rapito da questa potenza, deve avere una risposta altrettanto forte rispetto a ciò che lo vuole distruggere: ecco perché nel dolore bisogna essere più duri del proprio dolore. Per legge d’eleganza, per stile d’esistenza, per dovere di forma”.
“Ora, nella fine della cristinanità, mentre el cristianesimo si reformula per gli uomini come problema, il paganesimo riaffiora di nuovo come un possibile modello: una vita lunga, non una vita eterna. In una parola, una vita buona. Un’etica del finito nell’età della tecnica”.
“[L’uomo moderno] È diventato più solo perché è più interiore. Si definisce meno come relazione di contiguità fra corpi esterni e si definisce di più come comprensione di sé. In questo senso è più solo; ma è anche più grande, perché il mondo di fuori è diventato il mondo di dentro. Non è necessario citare Proust per capire questo”.
“La verità coincide con la perdita del fondamento e quindi con la possibilità assoluta delle equivalenze, a seconda delle opportunità. Veramente a questo punto l’uomo è come Dio, è libero da ogni vincolo”.
“La teologia cristiana ha giocato entro questi due registri: chi guardava alla creazione tendeva a valorizzare il cosiddetto uomo naturale, chi invece guardava alla potenza dissolutrice del peccato era più attento all’elemento di miseria, di impotenza, di incapacità di essere buoni senza un intervento di Dio”.
“(...) la dimensione pagana è una dimensione che si muove lungo due determinazioni, che sono ognuna l’altra faccia dell’altra: da un lato una dimensione agonistica, dove vivere vuol dire stare nella lotta, vivere vuol dire combattere; e dall’altro lato il trovare in questo elemento di lotta una dimensione di mantenimento, di misura, di forma, di sagezza”.
“La perfezione della forma è composizione di potenza e stile, di potenza e misura. Ma questo il greco lo sa perché vede dinanzi a sé –e ne ha chiara conscienza– la dimensione eversiva dell’esposizione alla contingenza in cui l’uomo è posto, dell’orrore. Proprio perché ha un senso profondo dell’orrore e della crudeltà, e non vuole essere fagocitato, assorbito, rapito da questa potenza, deve avere una risposta altrettanto forte rispetto a ciò che lo vuole distruggere: ecco perché nel dolore bisogna essere più duri del proprio dolore. Per legge d’eleganza, per stile d’esistenza, per dovere di forma”.


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